Antonio De Rosa \ Fondali sonori

Venerdì 16.11.2012 ore 19:30 si inaugura “Fondali sonori“, personale di pittura di Antonio De Rosa, in mostra alla “SABINALBANO Modartgallery” (vico Vasto a Chiaja n. 52/53, Napoli. Info: +39348/8030029, sabinalbano@yahoo.it, www.sabinalbano.com) sino al 10.12.2012 tutti i giorni, eccetto i festivi, dalle 10:00 alle 13:30 e dalle 16:30 alle 20:00. Ingresso gratuito.

È una vera e propria ‘immersione’ tra le suggestioni di un’artista a tutto tondo.
Un iter che sposa le due anime dell’ispirazione del creativo partenopeo: da un lato, il talento musicale e l’amore per il pianoforte e, dall’altro, quello per l’espressione visiva, che si manifesta in una pittura ad acquerello, oltre che in sculture e installazioni.

Per questo motivo il corpus allestitivo è stato concepito in modo articolato: alle pareti della gallery circa una ventina di acquerelli di pesci di fondo del Mediterraneo di formato rettangolare (47×78), nonché 6 miniature che riproducono gli stessi soggetti in un formato di 5×11; al centro della sala principale, poi, una Moleskine di quasi 3 metri svolta in una narrazione iconografica che dà conto di molte delle peculiarità del microcosmo artistico dell’autore.
Questa sorte di ‘opera-sintesi’ funziona come una specie di ‘voce fuori campo’ che scorta il pubblico, scandendo, tramite una teoria di immagini in acquerello, diverse tappe del cammino creativo di De Rosa.
Dunque non solo fil rouge di quest’esposizione, dati gli spaccati napoletani presenti sia tra le pagine del celebre taccuino che alle spalle dei pesci, ma anche trait d’union tra una prima fase di acquerelli dell’artista e quella successiva delle installazioni dei pianoforti.
Così, riprendendo e rivisitando la tradizione e il concetto stesso dei ‘chaiers du voyage’, De Rosa traccia un percorso teso a rivelare il proprio mondo fantastico, ma anche la sua realtà, la città, l’attuale.

“Un lavoro, questo, ” – spiega l’artista – “nato in seguito a un’esplosione creativa (c’è un Vesuvio che erutta pianoforti, un pentagramma che si trasforma in vortice), ma ben presto, non senza impegno, diventato sempre più lineare, prima pensato a pezzi e, via via, secondo un continuum.
” All’inizio di quest’itinerario, che tra le sue tappe non annovera solo sequenze ad acquerello ma anche alcuni collage, il tenore è più cupo, persino sofferto talvolta, e poi, man mano, è sempre più ironico e lieve.

L’epilogo del racconto è di certo autoironico (un autoritratto a collage con al posto del sorriso tasti bianchi e neri), e la piccola installazione di un pianoforte legato con fili sottili segna l’acme in cui i due nuclei artistici si rivelano l’uno all’altro, capaci di fondersi e passarsi il testimone in perfetta sinergia.
Qui, difatti, il pianoforte perde il suo ruolo di mero strumento musicale per divenire oggetto contestualizzato e destrutturato, segno significante, espressione artistica che appartiene all’autore e lo rappresenta: può essere forma vuota, leggera, sospesa, appoggiata su di un supporto, legata a esili fili, o anche dipinta sempre, però, in maniera originale.
Non è un caso, del resto, che durante la serata a sancire tutto ciò sarà il tappeto sonoro composto ad hoc da un altro grande pianista napoletano, Francesco D’Errico.
Gli acquerelli alle pareti, invece, ritraggono pesci delle nostre acque, rappresentati in primo piano e quasi sempre in orizzontale.
“È come se nei miei lavori” – chiarisce De Rosa – “issassi dal mare triglie di fango, polpi, mennelle, cocci, pesci bandiera e seppie, e li mettessi di fronte a me per ammirare il loro sguardo attonito, stupito, talvolta severo, meravigliato di ciò che c’è fuori dall’acqua; sembrano testimoni perenni, che non sbattono mai le palpebre, attenti osservatori del mondo esterno, di ciò che accade sulla terraferma”.

In questi dipinti il tratto è denso, robusto, compatto, e i colori sono per lo più l’indaco, il blue, il verde, il ceruleo, l’ocra e il terra di Siena.
Alle spalle dei pesci campeggiano, come già accennato, vedute di Castel Nuovo, della Sirena Partenope, di Palazzo Reale, omaggio alla propria città da parte dell’autore, ma anche sagome di Castel del Monte o di borghi medievaleggianti o presepiali del tutto inventati.

 

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